Quando una famiglia decide di rivolgersi a uno psicologo per un figlio o una figlia, spesso arriva con una preoccupazione molto concreta. Possono esserci comportamenti oppositivi, chiusura, ritiro scolastico, ansia, rabbia, tristezza oppure una difficoltà crescente nel gestire alcune situazioni.
In questi casi è comprensibile che l’attenzione dei genitori si concentri soprattutto sul comportamento osservabile e che la richiesta implicita diventi più o meno questa: aiutare la persona a stare meglio e a modificare ciò che non funziona.
Ma un bambino o un adolescente non è qualcosa da ‘aggiustare’.
Il lavoro psicologico non consiste nel prendere un comportamento problematico, eliminarlo e restituire alla famiglia una persona che non manifesta più difficoltà. Il punto di partenza è comprendere che cosa quel comportamento sta esprimendo e quale funzione ha assunto nella vita di chi lo mette in atto.
Dietro un comportamento c’è sempre qualcosa da comprendere
Un comportamento che appare eccessivo, incomprensibile o disfunzionale raramente nasce senza una ragione.
Evitare la scuola, reagire con rabbia, isolarsi oppure opporsi continuamente alle regole sono manifestazioni che, prima di tutto, vanno comprese rispetto alla funzione che hanno per la persona che le agisce.
Questo non significa che ogni comportamento debba essere accettato o lasciato invariato. Significa però che limitarsi a eliminarlo rischia di farci perdere il significato che quel comportamento ha per la persona.
Può servire, ad esempio, a ridurre momentaneamente l’ansia, a evitare una situazione percepita come troppo difficile, a proteggersi da un’emozione dolorosa, a ottenere rassicurazione oppure a gestire qualcosa che non si riesce ancora ad affrontare in un altro modo.
Per questo, in terapia, non si lavora soltanto sul sintomo visibile, ma si cerca di comprendere ciò che accade sotto la superficie.
Il problema non è semplicemente nel bambino o nell’adolescente
Uno degli aspetti più importanti del lavoro con bambini e adolescenti riguarda proprio questo passaggio.
Bambini e adolescenti non vivono isolati dal proprio contesto. Crescere all’interno di relazioni familiari, scolastiche e sociali influenza il modo in cui interpretano ciò che accade e il modo in cui reagiscono.
Questo non significa attribuire automaticamente alla famiglia la responsabilità del disagio.
Le difficoltà psicologiche possono avere origini molto diverse. Possono entrare in gioco caratteristiche individuali, eventi di vita, esperienze scolastiche, relazioni con i coetanei, aspetti emotivi, familiari o neurobiologici.
Pensare che tutto dipenda dai genitori sarebbe semplicistico quanto pensare che tutto dipenda esclusivamente dal bambino o dall’adolescente.
Il punto è un altro.
La famiglia rappresenta una parte importante del contesto nel quale bambini e adolescenti vivono ogni giorno e, proprio per questo, può diventare una risorsa fondamentale nel percorso terapeutico.
Perché coinvolgere i genitori
Nel lavoro con bambini e adolescenti, il coinvolgimento dei genitori può assumere forme diverse a seconda dell’età, della difficoltà presentata e degli obiettivi del percorso.
In alcuni casi può essere utile lavorare con i genitori per aiutarli a comprendere meglio alcuni comportamenti e a rispondere in modo più efficace.
In altri casi può essere necessario modificare alcune dinamiche che, pur nate con le migliori intenzioni, finiscono involontariamente per mantenere la difficoltà.
Pensiamo, per esempio, a una situazione di forte ansia. Un genitore può cercare di proteggere il proprio figlio o la propria figlia evitando le situazioni che generano disagio. Nel breve periodo questa strategia può sembrare efficace, perché riduce l’ansia. Nel tempo, però, può rinforzare l’idea di non essere in grado di affrontare autonomamente certe situazioni.
Oppure può accadere che aumentino i comportamenti oppositivi e che, di conseguenza, il genitore intensifichi il controllo. Più aumenta il controllo, più cresce l’opposizione e la relazione entra in un circolo difficile da interrompere.
Il lavoro con i genitori serve anche a riconoscere questi meccanismi e a costruire risposte differenti. Inoltre, il modo in cui i genitori vengono coinvolti varia anche in base alla fase evolutiva del figlio:
- Con i bambini più piccoli i genitori sono maggiormente coinvolti nel percorso. Spesso si lavora insieme per guidare la gestione delle routine, della regolazione emotiva e dei comportamenti a casa.
- Con gli adolescenti il coinvolgimento dei genitori può avvenire attraverso colloqui di confronto periodici, quando risultano utili rispetto agli obiettivi del percorso e secondo modalità definite fin dall’inizio.
Coinvolgere la famiglia non significa eliminare la riservatezza
Un aspetto che spesso genera dubbi, soprattutto quando il percorso riguarda un adolescente, è quello della riservatezza. Se i genitori sono coinvolti, verranno a conoscenza di tutto ciò che viene raccontato durante le sedute?
No. Anche nel lavoro con bambini e adolescenti lo psicologo è tenuto al segreto professionale. Ciò che viene condiviso nello spazio terapeutico non può quindi trasformarsi in un resoconto destinato ai genitori. La possibilità di parlare liberamente, sapendo di poter contare su uno spazio protetto, è una condizione importante per costruire una relazione terapeutica basata sulla fiducia.
Questo, però, non significa escludere la famiglia dal percorso. Al contrario, lo psicologo può prevedere colloqui periodici di confronto con i genitori quando risultano utili rispetto agli obiettivi dell’intervento. Questi incontri possono servire a raccogliere informazioni sul funzionamento a casa, comprendere come stanno evolvendo alcune difficoltà, condividere indicazioni utili e lavorare sulle modalità con cui gli adulti rispondono ai comportamenti e ai bisogni di bambini e adolescenti.
Il punto fondamentale è distinguere tra il contenuto delle sedute e ciò che è utile condividere con la famiglia. I genitori possono essere coinvolti nel percorso senza necessariamente conoscere ciò che viene raccontato durante i colloqui individuali.
Per questo, soprattutto con gli adolescenti, ritengo importante chiarire fin dall’inizio quali saranno gli spazi individuali, quali quelli dedicati ai genitori e in che modo verranno gestite le informazioni.
Il segreto professionale, quindi, non allontana la famiglia dalla terapia. Permette piuttosto di attribuire a ciascuno uno spazio preciso, a chi è in terapia quello necessario per potersi esprimere liberamente e ai genitori quello necessario per comprendere come accompagnare e sostenere il percorso.
La riservatezza incontra naturalmente i limiti previsti dalla legge e dal Codice Deontologico. In presenza di obblighi di referto o denuncia, oppure quando si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica della persona o di terzi, lo psicologo valuta e attua gli interventi necessari alla tutela, limitando la comunicazione delle informazioni a quanto strettamente necessario.
Dal punto di vista deontologico, le prestazioni psicologiche rivolte a bambini e adolescenti richiedono, di regola, il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale. Quando questa è esercitata da entrambi i genitori, il consenso al percorso deve normalmente essere acquisito da entrambi, fatte salve le specifiche eccezioni previste dalla legge e dal Codice Deontologico.
Quando anche i genitori hanno bisogno di un proprio spazio
Non sempre è sufficiente prevedere alcuni colloqui di confronto con la famiglia.
In alcune situazioni può essere utile avviare un percorso più strutturato di sostegno alla genitorialità, con l’obiettivo di lavorare sulle modalità educative, sulla comunicazione e sulla gestione delle difficoltà quotidiane.
Quando sono presenti specifiche difficoltà comportamentali può essere indicato anche un parent training, che aiuta i genitori ad acquisire strategie più efficaci e coerenti nella relazione con bambini e adolescenti.
In altri casi, durante il percorso di un bambino o di un adolescente possono emergere difficoltà personali di uno dei genitori oppure problematiche importanti nella coppia.
In queste situazioni può essere utile prevedere un percorso psicologico separato.
Questo non significa che il genitore sia “la causa” del problema. Significa semplicemente riconoscere che alcune difficoltà dell’adulto hanno bisogno di uno spazio proprio e non possono essere affrontate indirettamente attraverso la terapia del figlio.
I diversi percorsi devono quindi restare distinti, con obiettivi e confini chiari.
Il cambiamento non riguarda soltanto bambini e adolescenti
Uno degli aspetti più importanti da comprendere è che il cambiamento non può essere richiesto sempre e soltanto al bambino o all’adolescente.
In alcuni casi sarà necessario acquisire nuove competenze, imparare a riconoscere meglio le proprie emozioni, affrontare situazioni evitate o modificare alcuni comportamenti.
In altri casi sarà necessario che anche gli adulti cambino qualcosa nel proprio modo di rispondere.
Può significare porre limiti in modo diverso, ridurre il controllo, sostenere maggiormente l’autonomia, tollerare alcune emozioni senza cercare di eliminarle subito oppure comunicare in maniera più efficace.
Non esiste una regola valida per tutte le famiglie.
Ogni percorso si costruisce sulla storia specifica della persona, sul momento evolutivo che sta attraversando e sul contesto nel quale vive.
Chiedere aiuto significa iniziare a comprendere

Quando un bambino o un adolescente manifesta una difficoltà importante, il primo obiettivo è cercare di comprendere che cosa sta accadendo.
Un percorso psicologico può aiutare a dare un significato al disagio, individuare i fattori che lo stanno mantenendo e capire quali cambiamenti possano essere utili sia per bambini e adolescenti sia per gli adulti che stanno loro accanto.
Quando lavoro con bambini e adolescenti, il mio obiettivo è comprendere ciò che sta accadendo, il modo in cui la difficoltà si manifesta e il contesto in cui viene vissuta, coinvolgendo la famiglia nella misura necessaria e rispettando sempre lo spazio terapeutico individuale.
Se tuo figlio o tua figlia sta attraversando un momento di difficoltà e vuoi capire se un percorso psicologico possa essere indicato, puoi contattarmi per una prima valutazione e per individuare insieme il tipo di intervento più adatto.